48ª Giornata nazionale per la vita del 1° febbraio 2026 su «Prima i bambini»

«Le vite dei bambini vengono spesso asservite agli interessi dei grandi», denuncia il messaggio della Cei per la 48ª Giornata nazionale per la vita del 1° febbraio 2026 su «Prima i bambini». «La vita non si cura dando la morte» afferma il 15 gennaio 2026 la Conferenza episcopale francese all’apertura in Parlamento dell’esame della legge sul suicidio assistito.

I vescovi italiani richiamano l’attenzione sulle molte forme di violenza e sfruttamento che colpiscono i piccoli: «Uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame» come effetto di bombardamenti indiscriminati; «rapiti e utilizzati come carne da cannone» nei conflitti dimenticati; «fabbricati in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti» e ai piccoli «è negato il diritto di conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo»; i bambini a quali «è sottratto il fondamentale diritto di nascere»; quelli coinvolti in separazioni e divorzi, le vittime di abusi, lavoro minorile e tratta, fino ai minori «costretti a migrazioni faticose e pericolose». L’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, capace di mascherare l’egoismo dietro «parole politicamente corrette e falsamente altruiste: pace, libertà, democrazia, solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli».

«Servire i piccoli è garanzia di bene e di futuro per tutti» – È il cuore del messaggio firmato dal Consiglio episcopale permanente che invita a una «vera conversione, nel senso di “ritorno” e di “cambiamento” e ad abbandonare le cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare spazio ai bambini. Se una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli, si imbarbariscono anche le relazioni tra gli adulti, persone e comunità, dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi». Tuttavia, moltissime persone e istituzioni operano per custodire i bambini: tutela e accoglienza delle maternità difficili, protezione dalle violenze, educazione, prevenzione dello sfruttamento minorile: a questi devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti; «a loro dobbiamo continuamente ispirarci per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti. Sul futuro dei bambini e dei giovani peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo».

Il diritto al suicidio assistito dopo quello all’aborto – In Francia è cominciato il dibattito sul disegno di legge che definisce l’eutanasia come «diritto, in un crinale sempre più a capofitto verso la cultura della morte». Come successe con l’aborto, i vescovi scendono in campo con forza: «La vita non si cura dando la morte». Il testo affronta il tema con delicatezza e «con profondo rispetto per coloro che affrontano la fine della vita perché la Chiesa ha una lunga storia di accompagnamento dei malati e delle persone con disabilità». Una Chiesa che ascolta l’angoscia e conosce il dramma di chi lo vive. «C’è un approccio basato sullo sviluppo di una cultura delle cure palliative, sulla considerazione dei desideri del paziente, sulle direttive anticipate e sulla possibilità di una sedazione profonda e continua, non per causare la morte ma per alleviare il dolore. Le cure palliative sono l’unica risposta veramente efficace alle situazioni angoscianti delle cure di fine vita». Osserva l’episcopato: «Dietro la richiesta di morte, spesso si esprime una richiesta di vivere». E la legalizzazione dell’eutanasia «cambia la natura del contratto sociale» perché si usano parole che «nascondono» altri concetti: «Presentare l’eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal vero significato per meglio intorpidire le coscienze». La medesima stortura applicò il Parlamento italiano quando nel 1978 nella legge 194 non ebbe il coraggio di scrivere le parole «aborto» e «maternità» ma le camuffò dietro «interruzione» e «gravidanza».

Così per i vescovi francesi si parla di «legge di fraternità» quando si tratta di causare la morte, ma «la fraternità non consiste nell’affrettare la morte di chi soffre o nell’obbligare chi si prende cura di qualcuno a causarla, ma nel non abbandonare mai chi sta vivendo momenti difficili e dolorosi. La fraternità ci chiama a respingere la tentazione di togliere la vita e a impegnarci per sviluppare efficacemente le cure palliative rafforzando la formazione degli operatori, supportando chi si prende cura di loro, combattendo l’isolamento». I pastori si dicono «non stimolati da una motivazione primariamente ed esclusivamente religiosa», ma vogliono «dare voce alla profonda preoccupazione espressa da malati, persone con disabilità, dalle loro famiglie e da chi si prende cura di loro perché si troverebbero costretti a compiere azioni contrarie all’etica della cura e al patto di fiducia che li lega ai pazienti. C’è un rischio significativo di minare il rapporto di fiducia».

Pier Giuseppe Accornero